Prince e la semiotica

Oggi ricorre il decennale della morte di Prince e, com’è inevitabile, sono comparse (online e non solo) molte sue celebrazioni. Uno degli episodi più strambi della sua carriera si ha quando, nel 1993, come parte di una serie di manovre per svincolarsi dagli obblighi contrattuali con la sua etichetta (la Warner Brothers), Prince decise da un giorno all’altro di cambiare nome d’arte. Fino a qui nulla di strano: diversi musicisti e gruppi avevano cambiato nome in precedenza, e altri l’avrebbero fatto in seguito. La particolarità stava nel nuovo nome scelto: un simbolo da lui stesso disegnato, che aveva già usato come titolo del suo album precedente e di cui aveva ottenuto la titolarità del copyright.

Al di là dei risvolti più buffi della vicenda (ad esempio Wikipedia ricorda che si rese necessaria una campagna di invio postale di massa di floppy disk contenenti un font personalizzato per la resa del simbolo alle agenzie di stampa — siamo nel 1993, dopotutto…), la cosa che viene sottolineata da tutti è che la mossa fu un sostanziale fallimento, perché nessuno aveva idea di come pronunciare il nuovo nome. Il risultato fu che molti continuarono a chiamarlo Prince, altri si organizzarono con un più burocratico “the artist formerly known as Prince” (da cui l’inevitabile acronimo TAFKAP), parodiato un po’ da chiunque all’epoca (Elio e le store tese compresi), alcuni fan iniziarono a chiamarlo semplicemente “The Artist”.

Ora, se Prince avesse scelto come nuovo nome una semplice sequenza di lettere, diciamo “Ripcen”, il problema relativo alla pronuncia non si sarebbe posto, almeno in questi termini: infatti le lettere di un alfabeto portano già in sé un valore fonetico (pur se con qualche ambiguità). Certo, si può mettere l’accento tonico sull’una o sull’altra vocale, pronunciare le consonanti in maniera un po’ diversa, ecc.; ma in qualche modo una pronuncia viene fuori quasi automaticamente dalle regole della lingua. È stato il fatto di aver usato un simbolo estraneo all’alfabeto inglese che ha rotto questo legame implicito.

In termini puramente semiotici (la scienza che studia i segni e la loro associazione a un significato), la mossa di Prince non era sbagliata: sin da Aristotele abbiamo capito che i nomi sono associazioni arbitrarie tra un segno e un oggetto, e quello che Prince ha fatto è stato dire «d’ora in poi non usate più il vecchio segno (la parola “Prince”, per l’appunto) per riferirvi a me, ma usate invece questo simbolo». Il problema non stava nel cambio di associazione tra significante e significato, ma nel fatto che il nuovo significante era un segno puramente grafico (di fatto un logogramma), privo di pronuncia. Per rendere davvero efficace l’operazione, Prince avrebbe dovuto completare il discorso dicendo «…questo simbolo che si pronuncia così:», seguito dalla pronuncia voluta (o da una trascrizione IPA nel caso di dichiarazione a mezzo stampa).

Per inciso, tutto questo casino si era reso necessario perché la parola “Prince” era diventata un marchio registrato della Warner, per cui Prince (la persona) non poteva legalmente pubblicare dischi sotto questo nome senza l’avvallo della Warner. La cosa diventa ancora più surreale se si pensa che Prince era effettivamente il suo vero nome di battesimo (si chiamava infatti Prince Rogers Nelson). Di fatto Prince, firmando il contratto con la Warner, era stato espropriato del suo stesso nome. Chissà cosa ne avrebbe detto de Saussure?

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